Sono nata in una famiglia di stampo matriarcale, sorretta da Donne forti — non per indole, ma per necessità.

La mia bisnonna che ferma con la sola forza del suo corpo una camionetta di soldati americani, nel tentativo di salvare sua figlia — ferita da un ordigno inesploso della Seconda guerra mondiale che le farà perdere un occhio. Le lascerà molteplici ferite, la più profonda è stata forse quella alla sua femminilità, che ha sempre percepito come rubata.

Mia nonna che rimane vedova con tre figlie adolescenti da crescere, far studiare e insegnare loro cosa significhi essere Donna. Mio nonno, amato al punto da iniziare una lenta morte durata anni perché troppo difficile sopravvivere alla sua assenza.

Mia madre che da un remoto paese, viene catapultata a Roma e sceglie giurisprudenza perché medicina non sarebbe più riuscita ad affrontarla, dopo aver visto suo padre morire di cancro tra atroci sofferenze.

La mia storia inizia da qui, ancor prima di essere nata: dalla sua militanza. Avvocata femminista che si è fatta lei stessa arrestare affinché giustizia fosse stata fatta. Al servizio del prossimo, senza distinzione di sesso, età, religione o ceto sociale. Un giuramento che ha segnato per lei l’inizio di una missione.

Io non sono figlia del patriarcato, mi è stato insegnato e l’ho studiato — per proteggermi da esso e avere gli strumenti per riconoscerne le sue forme.

Tutte noi, ne sono sicura, potremmo dire con certezza il giorno in cui abbiamo capito — dopo un evento esterno a noi, che non eravamo sullo stesso piano dell’altro sesso e che il nostro corpo era oggettificabile.

Nel mio caso, è successo nel tempo di un anno. Dopo aver sviluppato, sono tornata nel solito posto di vacanza — stesso intorno e contesto, io ero diversa e non lo sapevo ancora.

Occhi su di me e sul mio corpo; consigli su come coprirmi o comportarmi — da adesso in poi, per non essere guardata troppo, così da non attirare l’attenzione maschile.

Non era la mia famiglia a farmi sentire sbagliata, ma un certo tessuto sociale lontano da me con cui ho condiviso ben pochi anni e mai la mentalità.

Ho scoperto che i miei capezzoli fossero “speciali” a 11 anni, quando avevo deciso d’indossare il solito vestito estivo leggero. Incontro un conoscente, un vicino di casa; ero anche con mio padre, ma questo non è comunque stato sufficiente a proteggermi. Mi sono accorta che il suo sguardo non era rivolto più verso il mio viso, ma più in basso. Non ho capito il perché, ma ho avvertito un profondo fastidio più che disagio perché a me non era stata inculcata la vergogna del mio corpo o un senso di colpa ancestrale. Il tempo avrebbe presto spiegato tutto questo. Ero già diventata appetibile, penso sia il termine più corretto.

Ho capito quel giorno che era arrivato il momento di comprare il mio primo reggiseno, di un tessuto spesso abbastanza da nascondere queste due piccole protuberanze fastidiose — così da essere guardata di nuovo negli occhi. Povera e ingenua Piccola Donna.

Amavo attività e giochi maschili perché ero l’unica femmina nel parentato: “finalmente è arrivata una femminuccia”. Sì, eccomi.

Nessuno mi ha mai insegnato che quelli non fossero comportamenti adatti a una “signorina”. Mi lanciavo dagli scogli per fare i tuffi in mare, li scalavo, m’immergevo a grosse profondità, giocavo “alla lotta” e mi facevo male. Cadevo continuamente, mi rialzavo e ricominciavo a divertirmi. Libera da ogni tipo d’infrastrutture di pensiero. Mi manchi Piccola Donna, adesso che conoscenza ed esperienze mi hanno rubato per sempre l’ingenuità e l’innocenza.

Una nuova logica era entrata in gioco, ora. Dovevo imparare ad arrampicarmi — quando in costume, in un modo tale da non mostrare né il sedere, né la mia vulva; se messa nella giusta angolazione, anche fosse solo la protuberanza. Che strano che per loro, invece, è motivo di vanto quanto è grosso il “bozzo”. No?

Sono arrivata a fare in modo di essere l’ultima a salire sulla scogliera o a continuare a farlo da sola, per conto mio quando tutti se ne fossero andati — così da non permettere loro di guardarmi “da sotto”.

Fu così che in ogni fase nuova della mia femminilità, io perdessi anche una parte di me cui tenevo insieme alla mia spontaneità.

Amavo il mio corpo e le mie forme, così come un certo tipo di abbigliamento per cui aspettavo fin da piccola di essere grande abbastanza per poterlo indossare. Ho provato a farlo, sono dovuta andare scremando.

Ho cercato uno stile che impedisse a una certa mentalità di pensare che mi stessi vestendo, truccando e acconciando per essere rimorchiata.

"Perché lo fai se non vuoi metterti in mostra?" Perché la vita non è una vetrina, ci vivo perché esisto.

Nel mio mondo utopico da femminista liceale, c’era quest’idea che se avessi fatto abbastanza rumore, un giorno, saremmo diventati tuttə persone con personalità affini tali da creare esperienze di vita da ricordare e condividere insieme e, se capitava, iniziare frequentazioni — più o meno serie; più o meno durature, anche fossero di qualche ora. Essere sessualizzata solo con chi lo volessi anch’io. Reciprocità.

Non ho mai subito passivamente i tentativi di aggancio, li ho sempre declinati o accettati con il tono corretto in base al contesto, riconoscendo quale fossero molestie, ma col tempo ho cominciato a provare fatica sociale.

Ho smesso di dilungarmi troppo al supermercato, al bar o in qualsiasi occasione potessi scambiare delle chiacchiere superficiali, sembrando “libera e disponibile”.

È un fallimento, non una strategia che consiglierei. Ho perso la possibilità di stabilire rapporti umani che sarebbero potuti essere valevoli. 

Ho solo perso, abbiamo perso.

Per questo, oggi sono qui con Verba Volant, sed Nocent; se qualcosa di salvabile c’è ancora — riparta dalle parole, quelle giuste perché è questo ciò siamo.

Dialogo: parliamo di continuo, tutto il giorno e di tutto, spesso senza cogliere potenza e il peso di ciò che diciamo.

Un silenzio a qualche nostra affermazione, non è sempre un assenso; potrebbe essere una ferita nuova, causata da noi in quel momento o una ancora non rimarginata - di cui non eravamo a conoscenza.

Non aspettare il proprio turno solo per poter parlare noi o rispondere, più ascolto e più osservazione delle reazioni dell'altro, risolverebbe a monte molte esperienze negative che molte di noi potremmo raccontarvi e che a voi non sono quasi mai successe. Il perché abbiamo questa prerogativa, non è colpa nemmeno vostra ma dello stesso patriarcato che vi ha insegnato che la donna è preda dell’uomo cacciatore.

Lo slogan “Not all men”, difende voi più che noi dalla mascolinità tossica e “but always a man” è necessario per capire che abbiamo un problema di genere statisticamente provato. 

Abbandonare i ruoli, libererebbe entrambi.

Femminismo è ricercare la parità, sperare almeno che questo sia possibile un giorno e lottare perché ciò avvenga; non è il contrario di maschilismo.

Tutti dovremmo esserlo e volere equità, senza strumentalizzarlo mai. Troppe morti per portarci a dove siamo ora, sarebbe un peccato che fossero state vane.

Tuttə beneficiamo delle lotte femministe, senza nemmeno accorgercene. Dovremmo esserne riconoscenti.

Questo è ciò che penso, a questo punto della mia vita— che di anni ne ho poco più di trenta.

Sbagliamo tutti, anch’io e lo farò per il resto della mia esistenza. Siamo perfettibili, non perfetti — ho passato così tanti anni ad accettarlo e da perfezionista non è stato facile.

Ora non mi sento anch’io sbagliata, solo perché sbaglio; scelgo, per questo, il coraggio di chiedere scusa sia quando penso di aver ferito, sia quando quel coraggio lo trova la persona con cui ho interagito e me lo fa notare — non si dovrebbe mai mettere in discussione la sensibilità altrui. 

Nessun chiarimento potrà rovinare i rapporti più di un non detto.

Concludo con le parole che mi hanno formata, di una Madre che nelle incomprensioni più profonde e nei litigi più feroci, ha sempre trovato il tempo e l’umiltà di ammettere: “ho sbagliato i toni, seppur non il concetto, scusami.” — anche e soprattutto quando aveva ragione lei.

Eterna competizione madre-figlia di cui si parla spesso, mai nata perché, da un certo punto in poi, siamo diventate due Donne alla pari — mai amiche; da sempre però sono stata rispettata come individuo nella mia volontà decisionale. 

Mi è stata insegnata l’autodeterminazione, lasciandomi essere e fluire.

“Non sei nata da me, ma attraverso di me.”

Siamo in parte l’educazione ricevuta, esperienze di vita; il prodotto di ciò che ci è stato fatto e il modo in cui abbiamo reagito a esso.

Siamo ancora in tempo, oggi voglio crederlo perché ne ho bisogno.

Vuoi raccontare anchE la Tua di storia?

Crescendo, arriverà il giorno in cui scoprirai che il tuo solo corpo commette peccato. Se ti va, puoi avere qui il tuo spazio per amplificare quanto questo doppio standard sia sbagliato e ti abbia segnato. È un luogo aperto e sicuro, nessuna distinzione biologica.

 

*Sarà pubblicata in anonimo QUI, puoi utilizzare un nome di fantasia o nessuno.

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