ANATOMIA DI UNO STUPRO MEDIATICO

 

Il “caso dei 7 del Foro Italico”, “lo stupro di Palermo”,“100 cani sopra una gatta”: quando la cronaca romanza la realtà. 

15 OTTOBRE 2025

È labile il confine tra diritto di cronaca e mera speculazione. Pornografia del dolore altrui, dato in pasto all’opinione pubblica. Quel vissuto, quel sentire, comincia a essere frammentato e a rimbalzare di persona in persona. È sempre più di tutti e di nessuno, sempre meno di chi è coinvolto.
Si creano trame, narrazioni e intrecci; diventa un gioco di ruolo e di parti: la giusta e la sbagliata, la vittima e il carnefice. Questa antica dicotomia tra il bene e il male - luce e oscurità, attorno alla quale ruota l’essere umano dalla notte dei tempi. Nessuno che abbia l’onestà intellettuale di ammettere che è una menzogna: c’è del male e del bene in tutti noi. Siamo tutti vittime e carnefici: tutti coinvolti, tutti colpevoli.

Ecco quindi arrivare le prime indiscrezioni: chat di questi sette che sembrano uscite dal più triste, retrogrado e anacronistico scenario, nate da un tessuto sociale pregno di pregiudizio e moralità. La totale depersonalizzazione della donna, che è preda e schiava di voglie e volontà altrui solo perché se ne ha la possibilità. Sono appellati come “lupi” e “se vai nel bosco da sola (…)” – metafora scelta da un noto giornalista e conduttore televisivo all’epoca dei fatti. Sei tu che scegli scientemente di esporti al pericolo; è poco prudente solo se parliamo dell’ignoto. Non comprenderò mai la tendenza d’inculcare il concetto di rischio nell’avere rapporti umani con l’altro sesso. La responsabilità non dovrebbe essere traslata.

Un ulteriore tentativo di allontanare il male al di fuori di noi, nella goffa speranza che non ci appartenga. Abbiamo quindi la vittima – povera e indifesa – poi loro, le bestie da cui stare lontane. Insegnare alle proprie figlie a temere anche la propria ombra perché potremmo essere predate.

Colpo di scena, come nei migliori romanzi. Dichiarazioni fatte a SIT di fronte agli inquirenti, concordate con i propri legali – non formali né giurate – vengono utilizzate da un buon numero di testate giornalistiche, seppur virgolettate, come mezzo per esprimere il proprio parere personale – ben consci di avere il potere di veicolare e indirizzare l’opinione pubblica.

La “figlia o sorella d’Italia” diviene presto “quella facile”, nomea partita da un quartiere di Palermo fino a coprire testate nazionali: confusione generale. È vero? Se lo è, consenso si o no ma, soprattutto, allora lei che avrebbe fatto prima o nella sua breve esistenza?

Lei è sui social, come più della metà della popolazione mondiale, a fare la diciannovenne – ignara che presto i suoi contenuti sarebbero diventati oggetto di autopsia. I suoi usi e costumi argomento di discussione: non solo come chiacchiera nella vita privata ma, addirittura, direttamente nel suo profilo. È incredibile come un gran numero di persone abbia ritenuto cosa giusta e necessaria esprimere il proprio parere sulla base del nulla, a lei – colpevole solo di essere stata rintracciata, dopo che il suo nome era stato svelato mezzo stampa. Lei è stata raggiunta dalla massa e si è limitata a rispondere alla notorietà acquisita a seguito di uno stupro di gruppo, organizzato dalla persona che diceva di amarla e che ha scelto di ferirla/punirla anziché proteggerla. Non è stata lei a cercare la platea cui rivolgersi. È successo.

Inizia così una campagna mediatica denigratoria mentre, in parallelo, i suoi stupratori vivevano un periodo d’inaspettato e ingiustificato oblio. L’attenzione a lei più bruta e violenta, la riservatezza e la cura a loro; ci sarà presto tempo per gli onori. Sembra impossibile a questo punto della storia, ma arriveranno.

Lei prova a mettere un freno a tutto questo, arriva quasi a giustificarsi e a spiegare l’ovvio a chi l’aveva già processata e condannata, via social. A lei, la vittima.
Perché una vittima non lo è abbastanza? C’è forse una scala di valori o di merito? Pare di sì.

Lei sarebbe presto passata da eroina prima positiva, poi negativa ma con un certo fascino, fino a reietta perché non degna del suo dolore e vissuto, al punto d’impedirle di poterne parlare sulla base del giudizio popolare. Stiamo parlando dei sette? No. Che strano.

Allontanata, emarginata e giudicata, finisce in "esilio" perché minacciata da quelle brave persone di cui non stiamo parlando: parenti ed estranei che rispondono alla cultura dello stupro. Figli sani del patriarcato, nessun lupo qui.

La differenza tra sesso e stupro non sta solo nel consenso, ma nella coercizione, sopraffazione e potere che si esercita sull’individuo violato. Considerare un corpo più valevole di rispetto e un altro più fruibile, come se le abitudini sessuali di una persona potessero costituire un consenso sottinteso. È una dinamica sistemica e culturale, tipica di certi contesti. Estorcere un “sì” per sfinimento è stupro, anche se lo fa la persona che si ama. Continuare anche senza reciprocità perché non si è in grado di osservare se questa è venuta meno durante l’atto o finire perché si è iniziato, è stupro. Il consenso è revocabile e deve essere dato nella piena della propria facoltà mentale. 

Alcol e droghe lo rendono nullo poiché trattasi di minorata difesa: un aggravante, non un attenuante. La premeditazione, ancor di più, esclude qualsiasi possibilità di porre pari le parti in caso di stato di alterazione reciproca. Da un lato un ubriaco che commette un reato, dall’altra una vittima che lo subisce. Piani diversi.

La difficoltà di accettare tutto questo qual è? 

È possibile che ci siano molti stupratori e vittime di stupro inconsapevoli tra noi, nella totale buonafede delle proprie azioni e senza l’intento di sopraffare il prossimo – sia chiaro. 

Questo però fa paura. 

Inorridiamo perché noi siamo buoni – mai cattivi. Il male deve rimanere al di fuori di noi quindi cerchiamo un’alternativa rassicurante: lei mente e istiga, loro hanno frainteso e non sapevano quello che facevano. È solo un caso isolato, non replicabile. Lei è il capro espiatorio, ma non in quanto persona: per ciò che rappresenta. Lo specchio di una società restia ad accettare la parità. Non ci sarebbe alcuno scandalo se lei fosse stato un lui promiscuo, ma ci sarebbe stata difficoltà anche a credere che un lui possa mai essere violato; anche questo è patriarcato, ovunque ci sia disparità sul piano sociale e legale. 

Nessuno stupro è più grave di un altro, qualsiasi sia la modalità di sviluppo o il nostro genere. 

Passano i mesi, il ricordo dei capitoli precedenti sfuma e rimane solo lei, ormai senza più nemmeno un nome perché al suo volto è già associata la “fama” che la precede e le è stata offerta dall’opinione pubblica. Un’intervista RAI la presenta e la introduce in società, a quelli che ancora non erano arrivati a conoscerla. Scelgono di portare a corredo della sua testimonianza, l’opinione che la sua amata città avesse di lei – intervistando passanti casuali. Nessuna cura a scremare l’avversione dei suoi concittadini a favore dei commenti di solidarietà ma, invece, è stata data la possibilità d’insinuare il dubbio anche a chi di Palermo non era

Radiotelevisione Italiana. 

Annullata l’identità, le viene tolto anche il corpodivulgato e spettacolarizzato che diventa alla mercé d’Italia. Un altro strumento per “capire meglio”. Migliaia di curiosi devono vedere – ma cosa? 

Qual è l’attrazione qui e su quanti livelli è malsana? 

È revenge porn, un reato, ma non importa perché è più importante giudicare lei. Sempre.

Altro anno, OnlyFans, ma dov’è lo scandalo? Era questo l’unico possibile epilogo di questa vicenda e, di nuovo, tutti si chiedono perché e lo chiedono a lei, quando sarebbe bastato prenderne atto e procedere.

Accettare che, suo malgrado, era diventata un personaggio pubblico – così come il suo corpo e andare oltre. 

No. È inaccettabile uscire dalla sua vita in questa avvincente storia, dove ancora dobbiamo capire cosa è successo – più della giustizia stessa: è troppo interessante. 

In tutto questo, un podcaster dall’irrilevante nome, tanto quanto lo è stato quello di lei in tutti questi anni –  è giusto utilizzare lo stesso rispetto –  decide di scavare in questa storia, riportare la vittima indietro nel tempo, vivisezionarla per un’ora e mezza perché inaccettabile per lui comprendere, in ordine: che il sesso non è stupro quindi amarlo non ti porta anche ad amare essere stuprata; che lo stupro stesso è violenza, mancanza di rispetto, umiliazione, perdita di controllo sul sé e della propria volontà ma soprattutto, degrado socioculturale

Difendere gli stupratori chiamandoli “bambini”, per infantilizzarli al solo fine di giustificarli sulla base dell’età – che era già la maggiore perché si parla di 18-22 anni – significa derubricare un reato ai danni della persona e, parallelamente, mettere lei alla gogna come orchestratrice – abile e crudele – in grado di adescare degli innocenti che “non sapevano ciò che facevano”

È stato ignobile. 

Erano dei bambini di 18 e 22 anni? Bene, lei ne aveva 19. 

Nell’ora e mezza d’interrogatorio-intervista, aveva anche raccontato che lei quel lusso, di essere bambina, non l’aveva avuto. Puntata riempita solo di tante parole, così tante da sovrastarla e interromperla, più e più volte, in punti cruciali e delicati del suo racconto; pronunciate dal podcaster in modo sconclusionato e tali da riempire l’intero studio. Sproloqui e messaggi lesivi perché replicabili – se normalizzati e detti a gran voce con la fierezza che lo contraddistingue.

Vorrei la definizione di essere umano e di umanità, ora, perché mi è sfuggita per lo sgomento

Questo personaggio riesce, grazie alla vittimizzazione secondaria e alla nuova gogna mediatica che aveva sapientemente iniziato prima, a riportare l’attenzione su un caso chiuso e sul suo enorme ego, facendola vacillare. Finalmente, arriva la risposta tanto attesa: la narrazione era incorretta perché, in effetti, prima il consenso c’era ma poi la situazione è degenerata e ora lo sanno tutti, grazie a una telefonata privata da lui registrata e data prima alla controparte al fine di tentare una revisione processuale e poi diffusa mezzo stampa, social e media. 

Era davvero un segreto? In realtà, no. La sentenza riportava già questo passaggio, tuttavia il decorso della vicenda stabiliva, con assoluta fermezza, che di vittima ce ne sarà sempre una e di carnefici non solo sette, ma tutti gli altri che hanno preso parte a questo banchetto

Nessun abbattimento di colpe, dal primo all’ultimo. 

Questo “scabroso” segreto – già noto a chi di dovere, alla luce del contraddittorio de Le Iene offerto a lei, ha anche una risposta più che valida: una denuncia sociale passata inosservata. Ha dovuto, sulla base del pregiudizio, tutelarsi lei stessa dalla giustizia che avrebbe, invece, dovuto proteggerla per poter avere credito. Le è stato strappato via anche questo, da un certo tipo di giornalismo – volto al voyeurismo a favore di un popolo pruriginoso. 

È bene ricordare l’iter cui vengono sottoposte le vittime di stupro, a chi ha avuto il privilegio di non passare attraverso questa esperienza devastante

La denuncia può essere portata a conoscenza alle autorità dalla persona o su base volontaria o partire d’ufficio, nel caso in cui si decida di recarsi in ospedale – consigliato sempre come prima opzione, anche se è la via più faticosa per la vittima. Questo avviene in caso di minori, se è stata compiuta da un pubblico ufficiale, se è di gruppo o se ci sono lesioni gravi o gravissime – altrimenti spetta alla vittima procedere entro 12 mesi. In contesto ospedaliero, saranno sottoposte a diverse domande e manipolazioni corporali necessarie per gli accertamenti del caso ma anch’esse invasive ed invadenti, saranno invitate a ripercorrere i ricordi recenti che sono spesso qualche flash o rimossi per proteggersi: la mente umana ha bisogno di vuoto per sopravvivere, a qualcosa di così inconcepibile con la sola ragione e sì, immorale. Qui è ben contestualizzato e doveroso dirlo, senza obiettori di sorta. 

Al termine di tutto questo che è solo l’inizio, inizieranno le indagini che porteranno le più “fortunate” sia dinnanzi a un giudice, sia al loro carnefice che dovranno rivedere – in certi casi e solo di recente, si concede loro la cautela di essere ascoltati separatamente. In questa sede, ricomincia il calvario e spesso una vittimizzazione secondaria legalizzata da parte della difesa che, nell’interesse del proprio cliente, non avrà certo cura della vittima. Ricordiamo anche che nel processo penale, contrariamente a quello civile, è lo Stato a dover dimostrare la colpevolezza degli imputati al di là di ogni ragionevole dubbio – partendo dalla presunzione d’innocenza. Infine, è più che comune vedere l’assoluzione del proprio stupratore – non viceversa – e chiedersi perché non sarebbe stato meglio scegliere il solo percorso psicoterapeutico anziché passare attraverso tutto questo. L’unica cosa che una vittima di stupro vorrebbe è una cura e che sia rapida perché indolore è impossibile, riprendere se stessa e il proprio corpo che sentono ancora in condivisione perché rubato – oltre che violato, nel disperato tentativo di riaverlo indietro. Non è vendetta pretendere giustizia ma necessità di un piccolo sollievo che le aiuterebbe a disinnescare il senso di colpa di un evento che per loro era imprevedibile, ma non lo era per chi lo aveva deciso. 

La definizione di “predatore sessuale” esiste per un motivo, queste personalità rispondono a una precisa logica secondo cui ti scelgono e ti prendono: quel giorno o un altro; in questo o in quel posto – con o senza il tuo consenso

Tornando alla piccola omissione pubblica ma non processuale – ricordandoci altresì lo stato di minorata difesa, non cambia le ragioni che hanno portato alla condanna dei sette poiché già vagliata e stabilito che, per una volta, denunciare e prolungare la propria elaborazione del trauma e sofferenza ha avuto un senso e ragione di esistere. A nessun comune cittadino andrebbe concessa la possibilità d’interferire con la giustizia nella propria, spasmodica ricerca di bias di conferma.

Tutto questo prova solo che abbiamo fallito: come società, come strutture, come informazione e, soprattutto, come esseri umani. 

È stato uno stupro mediatico, certo: alcuni ne hanno preso parte, ma tutti vi abbiamo assistito

Per questo, dovremmo vergognarci e chiederle scusa – ma sono certa che non vi smentirete.

The show must go on

 

Sarah Alti

Nota legale

Il testo è un giudizio di valore fondato su fatti e dichiarazioni di dominio pubblico. È espresso con finalità di riflessione critica sul linguaggio e sul trattamento mediatico della violenza sessuale e di genere. Non riguarda la persona privata, ma il comportamento pubblico e comunicativo del personaggi coinvolti. L’obiettivo è aprire il dibattito su come la narrazione giornalistica e digitale possa trasformare una vicenda giudiziaria in un tritacarne mediatico, esponendo la vittima a una nuova forma di gogna pubblica. La stesura avviene nel pieno rispetto della dignità individuale e della libertà di espressione garantite dall’art. 21 Cost., art. 51 c.p. e art. 70 L. 633/1941.

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